LE OPINIONI

PD: UN GRUPPO DIRIGENTE SEGNATO DAL TEMPO

La Repubblica pubblica un commento di Curzio Maltese sulla caduta di Walter Veltroni intitolato e l'ira dei militanti. Lo riportiamo di seguito:

''"Con questo gruppo dirigente non vinceremo mai". L'invettiva di Nanni Moretti a Piazza Navona era la più citata nel drappello di curiosi e militanti davanti alla sede del Partito Democratico, in attesa dell'ultimo atto dell'era Veltroni.

Sfilava un pezzo di nomenklatura. Fassino e Bersani, Letta e Bindi, Finocchiaro e Soro. Erano entrati la mattina da congiurati, gioviali nonostante tutto, pronti a infilare qualche altra banderillas nel corpo del capo. Sono usciti alle due, quando s'era ormai capito che "Walter faceva sul serio", mogi e silenziosi, scansando telecamere e taccuini, spiazzati, perplessi, scongiurati. A parti invertite, Walter Veltroni è stato il solo a uscire con passo leggero, sorridente, sollevato. L'immagine di un uomo tornato libero. E dire che li aveva avvisati. "Guardate che non rimarrò a farmi infilzare. Non v'illudete, la mia fine sarà quella dell'intero gruppo dirigente". Sembravano parole. Ma il fatto, le dimissioni, cambia il senso della profezia. Fa apparire l'estinzione vicina, quasi inevitabile.

"E' la strategia dei lemmings" commenta lo scrittore e senatore Pd Gianrico Carofiglio, i roditori che per combattere i tempi di carestia si gettano in massa dai dirupi. Alle quattro le dimissioni sono irrevocabili e il pezzo di nomenclatura presente s'attacca al telefono per consultarsi con gli assenti: D'Alema, Rutelli, Fioroni, Marini. "E adesso, che facciamo?". L'evento tanto atteso, evocato, programmato, le dimissioni di Veltroni, li annienta di colpo. Era tutto scritto, la batosta elettorale di giugno, la nomina di Bersani alla successione, in attesa magari di farsi venire qualche altra idea, fidando nel logoramento della maggioranza alle prese con la crisi. Un'altra strategia fallita, rovesciata in corsa al dirupo. Per giunta, fra gli applausi.

Sui siti del partito, dei giornali, delle televisioni, piovono migliaia di messaggi di elettori che ripetono, in forme più o meno colorite, la stessa richiesta: "Ora andatevene tutti". E' lo stesso messaggio che da mesi arriva da ogni elezioni, dal Friuli alla Sardegna. Perfino dalle primarie di Firenze, l'epicentro in tutti questi anni delle lotte fra guelfi veltroniani e ghibellini dalemiani, o viceversa se volete. Dove stravince al primo turno il candidato Matteo Renzi, 34 anni, con una campagna impostata su un attacco al giorno a Veltroni e uno a D'Alema, per mesi. I lemmings democratici sono rimasti a beccarsi fino all'orlo del precipizio, e poi giù tutti insieme.

E' un gruppo dirigente segnato da tempo, dalla profezia di Piazza Navona. Sopravvissuto a lungo grazie all'odiato Romano Prodi e poi, per poco, grazie all'odiato Walter Veltroni. Specializzato nel segare il ramo sul quale si poggia. Un gruppo dirigente per il quale Silvio Berlusconi, a distanza di vent'anni, continua a essere un oggetto misterioso, impossibile da contrastare. "Per due mesi è stato lasciato libero di scorrazzare a caccia di voti in Sardegna, senza che il partito mettesse in campo una risposta adeguata", hanno acutamente osservato i critici di Veltroni anche nella riunione di ieri. Sempre dopo, però, e col tono dei commentatori esterni.

"Ora si apre l'ennesimo dibattito. Inutile come i precedenti, finché i dirigenti non capiranno che una stagione, la loro, è finita. Bisogna andare, anzi correre a un ricambio generazionale". Ha ragione Francesco Boccia, classe 1968, economista e deputato Pd. Ma con chi? Boccia è uno dei pochi scampati alla silenziosa epurazione di giovani di talento, di amministratori popolari, insomma di potenziali successori, che in questi anni ha stroncato il futuro del centrosinistra, per concludersi in bellezza con il siluramento di Riccardo Illy e Renato Soru. "Spazzati via da Berlusconi ma anche dal Pd", come ammette lui stesso.

Alla linea di Boccia, l'avvento di una nuova generazione per generosa volontà degli attuali dirigenti, si contrappone l'esempio di Renzi. La sfida aperta dei giovani ai vecchi, l'uccisione simbolica dei padri. Qualcuno che si presenti alle primarie, l'unica soluzione ormai possibile, con l'accento del papa straniero, da fuori e contro la nomenklatura. Uno in grado di parlare una nuova lingua, capace di farsi ascoltare perfino da quel gruppo di giovani studentesse che ieri per qualche minuto ha sostato davanti alla sede del dramma, attratta dalle luci delle telecamere. Finché non hanno chiesto: "Ma che c'è là dentro?". E alla risposta ("La sede del Pd, il vertice con Veltroni") hanno commentato: "Ah, credevamo uno famoso". E sono sparite in un attimo''.

RICOSTRUIRE IL PD: UNA STRADA LUNGA E DIFFICILE

Il Corriere della Sera pubblica un editoriale di Angelo Panebianco sulle cause della sconfitta elettorale in Sardegna del Pd intitolato ''Il peso delle oligarchie''. Lo riportiamo di seguito:

''E' stata probabilmente saggia la decisione di Walter Veltroni di dimettersi, dopo la sconfitta in Sardegna, dall'incarico di segretario del Partito democratico. I capi-corrente avrebbero certo preferito che egli rimanesse in carica ancora qualche mese (fino al congresso di ottobre) in modo di avere il tempo di preparare la successione. Veltroni li ha presi in contropiede aprendo una crisi al buio. Ciò però appartiene all'ambito delle schermaglie e delle tattiche della politica. Schermaglie e tattiche che non possono nascondere il vero problema che sta dietro, o sotto, le dimissioni di Veltroni: è già fallito il progetto che diede vita al Partito democratico? Può un partito nato da poco e collocato all'opposizione (privo, quindi, di quel grande collante che è dato dall'occupazione del potere) non solo sopravvivere ma anche rafforzarsi in vista delle competizioni elettorali future se non riesce a darsi un'anima che sia riconosciuta come tale dagli elettori?

Il progetto da cui nacque il Partito democratico era, sulla carta almeno, un buon progetto. Si trattava di dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo fondendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia. Una nuova combinazione di vecchi elementi poteva dare luogo, come talvolta accade, a una sintesi originale. Inoltre, quel progetto aveva di valido il fatto di rappresentare una salutare reazione all'eccesso di frammentazione della politica italiana, in particolare nell'area di centrosinistra.

Le premesse erano buone. La realizzazione lo è stata assai meno. Per almeno tre ragioni. In primo luogo, a causa di un vizio d'origine. Le primarie mediante le quali venne investito plebiscitariamente della carica di segretario Walter Veltroni non determinarono un indebolimento del «club oligarchico» (i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita) che aveva tenuto a battesimo il partito. Anzi, le stesse primarie furono controllate e gestite da quel club oligarchico. Veltroni si trovò così ad essere, contemporaneamente, il leader legittimato dal voto del suo popolo e un segretario-ostaggio dei capi-corrente. In larga misura, anche l'impossibilità di fare scelte chiare e nette in materia di organizzazione del partito (come hanno mostrato le inconcludenti dispute sul partito leggero o pesante, e sul partito centralizzato o federato) è figlia delle difficoltà generate da queste due diverse, e contraddittorie, fonti di legittimazione del leader.

In secondo luogo, ha giocato il fatto che, quale che fosse il progetto iniziale, il Partito democratico è stato concepito da molti dei suoi leader, semplicemente, come un nuovo contenitore entro cui garantire la perpetuazione della propria sopravvivenza politica. Il corollario era che, se le cose fossero andate male, si sarebbe sempre potuto abbandonare la barca alla ricerca di nuovi contenitori. I partiti davvero vitali, evidentemente, non sono questo. Sono gruppi associativi nei quali i leader possono essere sostituiti da leaders nuovi ed emergenti senza che questo ne determini la dissoluzione. Il Partito democratico non può avere alcun futuro se i gruppi dirigenti della antica sinistra italiana, provenienti dal Pci e dalla sinistra democristiana, persevereranno nella ormai ventennale, e maniacale, attività di costruire nuove sigle a getto continuo (il Pds, i Ds, i popolari, la Margherita, il Pd) con il solo scopo di perpetuare se stessi. Il gioco non può continuare all'infinito.

In terzo luogo, ha pesato il fatto che, a differenza del centro-destra dove la potente leadership di Berlusconi ha ricreato una forma di primato della politica, il Partito democratico ha dato largamente l'impressione di essere un partito debole e, quindi, etero-diretto, sempre all'inseguimento di istanze provenienti dall' esterno: i sindacati su scuola e Università, il partito dei giudici sulla giustizia, gli umori dei giornali-fiancheggiatori su quasi tutto. Ne è discesa una linea politica ondivaga, oscillante, più farina dei sacchi altrui che del proprio. L'acutizzazione della divisione fra laici e cattolici mi sembra più una conseguenza che una causa della debolezza del partito.

Adesso ricostruire sarà difficile e richiederà molti anni. Ma è anche indispensabile. La democrazia necessita di un'opposizione solida e forte, che possa credibilmente aspirare a diventare governo. In Italia, solo il Partito democratico può essere quella opposizione. Devono però darsi due condizioni. Occorre che finisca l'epoca dell'etero-direzione, che si affermi nel partito la piena capacità di elaborare una propria linea politica originale, unita alla volontà di imporla, anche a brutto muso se necessario, alle lobbies che lo circondano. E occorre che il Partito democratico si apra a una vera e libera competizione interna. Affinché le forze nuove, cresciute in questi anni nelle zone periferiche del partito, abbiano, quanto meno, una chance di farsi strada fino al vertice, senza essere preventivamente costrette a inginocchiarsi e a baciare l'anello dell'uno o dell'altro esponente del vecchio club oligarchico''.


 

LO SCHIAFFO SARDO A VELTRONI

Il Corriere della Sera pubblica un editoriale di Massimo Franco sul risultato delle elezioni in Sardegna intitolato ''L'onda lunga''. Lo riportiamo di seguito:

''Dire che è un risultato locale suona scontato e, insieme, molto riduttivo. La tesi sarebbe convincente se la sconfitta del Pd in Sardegna arrivasse come una parentesi inaspettata ed isolata. Ma segue di nemmeno un anno le elezioni politiche; di due mesi la disfatta in Abruzzo; e arriva in coincidenza con le primarie fiorentine, nelle quali è stato scelto come candidato sindaco del centrosinistra l’esponente che si opponeva al vertice nazionale del partito.

I fattori regionali c’entrano poco, dunque. E pesa molto, invece, l’onda lunga del voto dell’aprile scorso. È la conferma che quel risultato non ha rappresentato solo una vittoria, ma uno spartiacque nel Paese. Il «domino» che sta travolgendo ad una ad una le roccheforti dell’opposizione appare una conseguenza di quanto è accaduto allora; e dell’incapacità degli avversari di Silvio Berlusconi di capirlo e di affrontare una stagione nuova. Per questo lo schiaffo sardo ha un’eco dolorosamente nazionale, per Walter Veltroni. E porta a chiedersi se non abbia funzionato «l’effetto Soru»; oppure se il governatore uscente della Sardegna sia vittima della maledizione di un Pd ormai incapace di leggere le pulsioni più profonde dell’Italia. Gli indizi mostrano un elettorato d’opposizione in lenta erosione; e avviato ad un voto europeo che si profila ogni giorno di più come una disfatta.

La crisi economica comincia a mordere il Paese. Il paradosso è che le responsabilità non si scaricano sul governo, ma sui suoi avversari. Merito, senz’altro, di un presidente del Consiglio che continua a macinare consensi, nonostante tutto; e che sulla Sardegna ha investito con una campagna martellante quanto invadente. Ma anche demerito del centrosinistra, che non è stato capace di opporre alla «politicizzazione» del voto regionale un antidoto credibile. Si possono evocare come scusante la guerra di logoramento all’interno del Pd; e le voci velenose su un Soru futuro leader nazionale. Tanto che all’inizio, mentre i dati affluivano con lentezza esasperante, lunare per un Paese occidentale, veniva accarezzata l’illusione di una sua vittoria. Tutto questo, però, non basta a cancellare il sospetto di un’implosione che coinvolge la nomenklatura del centrosinistra e la sua cultura politica.

Ormai non serve sottolineare neppure l’inutilità di un antiberlusconismo che mobilita porzioni sempre più minoritarie. Il problema del Pd e dei suoi alleati è la mancanza di un’analisi seria della vittoria berlusconiana del 13 e 14 aprile del 2008. La domanda da porsi è se il centrosinistra non abbia avuto il coraggio di farla; o se più banalmente non ne sia stato capace. Qualunque sia la risposta, viene da pensare che sia stato sciupato quasi un anno. E la lotta per la successione a Veltroni, che già si intravede, non promette recuperi miracolosi''.

L'INARRESTABILE EMORRAGIA DI CONSENSI DEL PD

La Stampa pubblica un editoriale di Federio Geremicca sulla nuova sconfitta del Pd in Sardegna intitolato ''L'ultimo rovescio di Walter''. Lo riportiamo di seguito:

''Renato Soru non ce l’ha fatta. La sua sfida a Silvio Berlusconi è naufragata in una gelida notte sarda, mentre i dati che affluivano con lentezza ottocentesca dai quattro angoli dell’Isola (appena il 25% delle schede scrutinate a 7 ore dall’apertura delle urne) sancivano il passaggio di mano alla guida della Regione. Il verdetto, come sempre accade quando a elezioni locali si affidano speranze di rivincita più generali, penalizza certo il Pd sardo: ma ha il sapore di un sipario che cala sui propositi veltroniani d’invertire - anche solo psicologicamente - un corso politico il cui bilancio è ora sotto gli occhi. La sconfitta dell’aprile scorso contro Berlusconi; poi lo choc della perdita di Roma, la disfatta abruzzese, un partito in sterile ebollizione e adesso la caduta di Soru in Sardegna. Il quadro non potrebbe essere più fosco: e fallita anche l’ultima sfida lanciata al Cavaliere in tandem col patron di Tiscali, davvero non si vede da dove il Pd possa ripartire per arginare un’emorragia di consensi e credibilità che pare inarrestabile.

A Berlusconi, che ha voluto «mettere la faccia» in una partita elettorale che ancora un mese fa non aveva nulla di scontato, va dato atto del coraggio e dell’intuito mostrati.

Sardo d’adozione», come ama dire in ragione dei weekend che trascorre di tanto in tanto a Villa La Certosa, doveva aver colto il segno di quanto certi rigorismi del governatore (in materia edilizia, ma anche fiscale) stavano aprendo una breccia nel consenso di cui godeva: e con quello che solitamente viene definito l’«istinto del killer», è sceso nell’arena per tentare di assestare il colpo definitivo a Soru e all’intero Pd assieme. Che questo sia stato reso possibile dallo stesso governatore - che si è dimesso anzitempo, alla ricerca di una resa dei conti nel Pd sardo - conta fino a un certo punto: ed attiene, comunque, a scelte non sue e che richiamano, magari, ad un’idea della politica forse eccessivamente autocentrata.

Sia come sia, Berlusconi manda in archivio un altro successo elettorale mentre Veltroni, al contrario, si trova a dover fare i conti con un nuovo rovescio. Proprio per il tipo di campagna elettorale andata in scena, si era molto discettato - prima dell’apertura delle urne - intorno alle possibili ripercussioni nazionali del voto sardo. In particolare, i riflettori erano stati accesi sul prevedibile terremoto che avrebbe potuto scuotere il Partito democratico nell’eventualità di una nuova sconfitta. Qualcuno ha ipotizzato la possibilità di una resa dei conti anticipata, rispetto ai tempi di un Congresso già fissato per l’autunno, dopo le elezioni amministrative ed europee; qualcun altro ha ribattuto facendo appello alle procedure, allo Statuto ed a «tempi tecnici» effettivamente assai stretti. Incertezze comprensibili, considerato il fatto che - di fronte alla vera e propria crisi d’identità in cui sembra versare il Pd - anche un affrettato cambio della leadership potrebbe rivelarsi soluzione inefficace, se non addirittura controproducente.

Ciò non toglie che sia proprio questo il bivio che si para di fronte al partito che ha fuso assieme gli eredi della tradizione comunista e quelli dell’antica sinistra democristiana: andare avanti con un leader sempre più accerchiato e reduce da quattro sconfitte elettorali (ognuna di esse ha una spiegazione, ma tutte assieme costituiscono un macigno) oppure tentare la carta del ricambio. È questa e non altra - o almeno così dovrebbe essere - la scelta che lo stato maggiore del Pd avrà di fronte già stamane, quando riunirà il suo ufficio di Coordinamento. Conteranno, naturalmente, i dati definitivi del voto: cioè le dimensioni della sconfitta di Soru e il risultato finale che avrà ottenuto la lista del Partito democratico. Ma conterà soprattutto una valutazione circa le prossime elezioni - europee ed amministrative - previste fra appena tre mesi e mezzo: andare incontro a un rovescio che oggi pare inevitabile, bere fino in fondo l’amaro calice per poi tentare di ripartire, oppure gettare il cuore oltre l’ostacolo, non rassegnarsi e puntare su energie nuove e magari su uno choc capace di ridare entusiasmo a militanti e quadri dirigenti. È una scelta nient’affatto semplice, com’è evidente: sulla quale, doverosamente, peseranno in maniera determinante proprio le intenzioni di Walter Veltroni, il leader sconfitto''.

SICUREZZA: LE RONDE NON SONO LA RISPOSTA MA SERVONO PENE SEVERE

La Stampa pubblica un editoriale di Marcello Sorgi sul problema della sicurezza intitolato ''Severi ma giusti''. Lo riportiamo di seguito.

''Dopo quel che è accaduto tra sabato e domenica in tre grandi città come Roma, Milano e Bologna, il governo ha fatto bene a dare un’accelerata in materia di stupri. Il decreto annunciato ieri e messo all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri dovrebbe servire ad anticipare parte delle misure anticriminalità già approvate in Senato, a cominciare dal blocco delle scarcerazioni per i violentatori.

E ciò non solo perché in almeno una delle tre violenze, a Bologna, il responsabile - un immigrato tunisino di 33 anni - era già stato arrestato e liberato due volte in dieci mesi, malgrado si fosse macchiato di reati gravi come lo spaccio di droga. Ma anche perché, dall’inizio dell’anno, in altri due casi i colpevoli, anche se non tutti, sono stati subito rispediti a casa agli arresti domiciliari. Di qui a una piena libertà, troppo spesso, si sa, il passo è breve. E ancor più corto, purtroppo, quello tra la libertà e il ritorno alla delinquenza.

Non a caso, a caldo, su un punto le reazioni dei due sindaci di Roma e Bologna, pur provenienti da schieramenti politici opposti, sono state coincidenti. Alemanno ha chiesto alla magistratura «di dare segnali forti». E Cofferati s’è lamentato che i giudici non siano in grado «di assicurare la certezza della pena».

Questo, e non altro, chiedono i parenti delle vittime. Non riescono a spiegarsi come mai, mentre ancora le loro figlie giacciono in un lettino d’ospedale, o cercano faticosamente, con l’ausilio di uno psicologo, di ricostruire le loro terribili esperienze, gli arrestati possano tornare liberi, o semiliberi, dopo solo un paio di notti passate in cella.

In genere, a queste obiezioni, i magistrati rispondono che è la legge a consentirlo, e che perfino un violentatore, se confessa o collabora positivamente alle indagini, ha diritto di attendere il processo fuori del carcere o a piede libero. Se non c’è pericolo di fuga o di inquinamento delle prove, dice appunto la legge, l’arrestato può essere rimesso in libertà.

Tali interpretazioni delle norme non tengono conto dell’emergenza rappresentata dagli stupri che ormai si verificano tutti i giorni, e dall’allarme sociale che determinano tra i cittadini. Certe cose i giudici non vogliono sentirsele dire. Tra loro c’è anche chi pensa - non a torto, in qualche caso - che se i politici evitassero di scontrarsi quotidianamente, contendendosi i voti, sulla sicurezza, anche le preoccupazioni dei cittadini diminuirebbero.

Ma, a questo punto, non si tratta solo di preoccupazioni. A Roma, sia nel caso dello stupro della notte di Capodanno (violentatore preso e già scarcerato), sia in quello dei due morosi quindicenni aggrediti alle sette di sera nel quartiere molto affollato della Caffarella, i genitori delle vittime hanno minacciato di farsi giustizia da soli. Si dirà che, in certi momenti, la rabbia e il dolore fanno pure straparlare. Ed è vero. Ma se il padre, o la madre, di una ragazza stuprata vuole una pena severa per chi ha violato la figlia, non straparla: chiede una cosa giusta.

È possibile che anche queste considerazioni siano alla base dell’accelerata decisa dal governo. Ma proprio perché il decreto è ancora in gestazione, e non è dato sapere quante delle norme uscite dal Senato vi saranno inserite, senza nulla togliere all’urgenza dell’intervento, forse c’è ancora tempo per riflettere e selezionare meglio le misure da far partire nell’immediato. Bene, appunto, il blocco delle scarcerazioni per gli stupratori. E bene, se si realizzerà, l’incremento degli organici delle forze dell’ordine, in controtendenza con i tagli che anche in questo delicato settore sono stati imposti dalla situazione dei conti pubblici. Se invece, com’è prevedibile, l’aumento del numero di poliziotti e carabinieri dovesse rivelarsi più difficile da realizzare, si potrebbe decidere di richiamare quelli destinati all’estero in missioni di pace, e sostituiti sulle strade delle metropoli da soldati meno adatti e meno addestrati per compiti di sicurezza.

Sarebbe opportuno, poi, che davanti a decisioni del genere l’opposizione rinunciasse alle polemiche e favorisse l’iter parlamentare dei provvedimenti. Nello stesso senso, per agevolare un confronto meno teso nelle aule della Camera e del Senato, potrebbe muoversi il governo. Una delle misure che dividono di più riguarda le ronde di liberi cittadini che, sia pure senza armi, e autorizzati dai sindaci, dovrebbero affiancare le forze di polizia nei pattugliamenti notturni delle strade. In un momento di così grave tensione, con la gente che minaccia vendetta in mancanza di giustizia, i rischi di una svolta come questa potrebbero rivelarsi superiori agli eventuali vantaggi.

Proprio perché siamo di fronte a un’emergenza, che colpisce in misura eguale città amministrate dalla destra e dalla sinistra, non sarebbe male agire severamente, ma con freddezza. Separando le azioni utili da quelle destinate a venire incontro alle emozioni più diffuse, la politica dalla propaganda, gli annunci dagli interventi concreti. E cercando, soprattutto, di non alimentare illusioni: perché la guerra contro la criminalità e per una maggiore sicurezza sarà lunga. Molto più lunga di quel che ci si può aspettare''.

CRISI: LA STRADA IN SALITA DI OBAMA

Il Corriere della Sera pubblica un editoriale di Massimo Gaggi sulle prime settimane di presidenza di Obama intitolato ''Le fatiche di Obama''. Lo riportiamo di seguito:

''Il governo Obama continua a perdere pezzi e con la rinuncia del repubblicano Gregg a ricoprire la carica di ministro del Commercio, la strategia bipartisan del presidente, già entrata in crisi durante la discussione parlamentare delle misure d'emergenza per l'economia, rischia un'affrettata sepoltura.

Questi dovevano essere giorni trionfali per Obama: più che un nuovo New Deal, i primi interventi del suo governo dovevano avere la sostanza di un «piano Marshall», stavolta destinato a risollevare non l'Europa, ma un'America reduce da distruzioni di ricchezze superiori a quelle prodotte dalle due guerre mondiali del Novecento. Al tempo stesso queste leggi dovevano anche contenere il nuovo «progetto Apollo »: il lancio dell'economia delle energie alternative e delle reti infrastrutturali.

L'uomo nuovo, senza responsabilità per gli errori del passato, che prende per mano con paterna indulgenza la vecchia politica, supera le contrapposizioni di schieramento, lenisce con una serie di interventi assistenziali la rabbia dei cittadini per una crisi che li impoverisce e usa il suo massiccio programma di investimenti non solo per rilanciare l'economia, ma anche per trasformare la società americana: meno consumi privati, famiglie meno indebitate, più spesa per servizi e sistemi capaci di migliorare la qualità della vita e di disegnare un futuro sostenibile.

Un piano audace. Quello che il superconsigliere economico di Obama, Larry Summers, chiama «dottrina Rahm», da una sibillina frase del capo di gabinetto del presidente, Rahm Emanuel: «Una crisi grave non va mai sprecata ». Traduzione: un momento difficile come questo ti consente di fare riforme radicali che in tempi normali non passerebbero.

Ma a poco più di tre settimane dal suo insediamento, il disegno del leader democratico segna il passo: il Congresso trasforma proprio in queste ore in legge il pacchetto degli stimoli fiscali, ma gli interventi approvati sono molto diversi da quelli proposti dalla Casa Bianca. Più che a rilanciare l'economia (il sostegno alle infrastrutture c'è ma non è imponente), serviranno a evitare massicci tagli di personale nel settore pubblico. Lo conferma implicitamente lo stesso Obama che, dopo aver promesso per settimane di «creare» tre milioni di nuovi posti di lavoro, ora è passato all' espressione «creare o salvare »: il piano, infatti, contiene grossi trasferimenti di fondi agli enti locali, grazie ai quali Stati e città, ormai con le casse vuote, non dovranno più licenziare centinaia di migliaia di poliziotti, pompieri e insegnanti.

Avendo concesso loro tre ministri e grossi tagli fiscali «alla Bush», Obama non si aspettava di essere contrastato con tanta durezza dai repubblicani. Che in questa fase sembrano impegnati a ricostruire la loro immagine elettorale, più che a cercare soluzioni ragionevoli e condivise.

Le difficoltà di Obama non sorprendono: non si vedono vie d'uscita da questa crisi gravissima, ogni misura varata aumenta i debiti già caricati sulle spalle delle generazioni future e nessuno sa ancora bene come disinnescare la crisi bancaria senza provocare la rivolta dei contribuenti.

E’, poi, comprensibile un certo risentimento del presidente nei confronti dei repubblicani che gli ripropongono le ricette fallite di Bush.

Ma oggi il leader democratico paga anche l'estrema audacia delle sue promesse elettorali e una certa improvvisazione nella formazione del governo: Richardson e Daschle, chiamati dal presidente al governo, sono inciampati nell'asticella dell'etica che era stata alzata proprio da Obama. E, nel caso di Gregg, la coerenza bipartisan della scelta del presidente ha subito un duro colpo quando la Casa Bianca ha «avocato» a sé la supervisione del censimento 2010 dopo le proteste delle minoranze nere e ispaniche, contrarie a che un atto politicamente così significativo (sulla sua base verranno ridisegnati i collegi elettorali) fosse gestito da un ministro repubblicano. Nessuno, comunque, può gioire delle difficoltà di Obama: le sue doti di persuasore, la sua capacità di incidere sulla maggiore economia del Pianeta sono tra le poche carte rimaste a disposizione per bloccare l'avvitamento della recessione globale''.

LA COSTITUZIONE NON E' UNA BANDIERA DI PARTE

La Stampa pubblica un editoriale di Marcello Sorgi  sulla nostra costituzione intitolato ''Carta canta''. Lo riportiamo di seguito:

''Faceva una certa impressione vedere ieri a Roma, in piazza Santi Apostoli, la Costituzione sventolare come bandiera di parte alla manifestazione del Pd. E anche se le intenzioni erano oneste e il presidente Scalfaro, tra i costituenti viventi, ha ricordato che «la Carta serve per unire e non per dividere», è difficile concordare sul fatto che essa debba essere difesa perché rischia d’essere violata. La verità - al di là di polemiche anche recenti - è che a oltre 60 anni dall’entrata in vigore, i principi fondanti della Carta sono così largamente condivisi da averla trasformata in una Bibbia laica dei cittadini.

Non devono trarre in inganno episodi marginali, atteggiamenti di minoranze estreme o veri e propri atti di violenza. Il grosso della popolazione si riconosce nel complesso di valori che ispirano la Costituzione. Rispetto delle libertà civili, pari dignità delle persone, pluralismo politico e culturale, libertà d’espressione e parità delle diverse confessioni religiose, valore del mercato e libertà d’impresa fanno ormai parte di un patrimonio comune, alla base della nostra convivenza. Chissà com’è venuto in testa al premier di definirla «modello sovietico». La Costituzione, come ha ricordato di recente Augusto Barbera, trova ispirazione nei principi liberaldemocratici delle tre grandi rivoluzioni occidentali: inglese (1689), americana (1776), francese (1789). Nata dall’antifascismo e dal compromesso tra i partiti del dopoguerra, rappresenta un punto d’incontro alto tra le diverse culture, cattolica, liberale e socialista. Senza queste solide fondamenta, non avrebbe resistito 60 anni. Né sarebbe riuscita, com’è accaduto, ad allargare la propria sfera d’influenza. Così, contrariamente a quanti denunciano il rischio di una sua abrogazione, la Costituzione, nei primi anni, ha fronteggiato benissimo l’opposizione strisciante - politica, clericale, industriale - all’attuazione del proprio dettato. Basti pensare alla denuncia, fatta anche sulle colonne di questo giornale da Arturo Carlo Jemolo, del diffondersi di «un’intolleranza religiosa» di fronte all’affermarsi delle prime libertà civili negli Anni 60, o alla stagione dei primi durissimi conflitti sindacali, o ai ritardi nell’attuazione del regionalismo e del decentramento verso i poteri locali.

Con lo stesso vigore la Carta è riuscita a superare bene il ‘68 e gli anni dell’assemblearismo contrapposto al parlamentarismo. Né la intaccarono il terrorismo rosso o nero. Il primo, riprendendo le correnti più radicali della sinistra del dopoguerra, la considerava «occasione mancata di una rivoluzione» e «tradimento della Resistenza». Il secondo, all’opposto, la interpretava come un inaccettabile «cedimento ai comunisti». Anche l’avvento della Seconda Repubblica, con l’alternanza al governo di partiti a cui prima era riservato solo il ruolo d’opposizione, può essere considerato una forma di piena attuazione della Carta. Alla quale, non a caso, anche gli eredi del Movimento sociale (che non l’aveva sottoscritta), al momento di trasformarsi in Alleanza nazionale, hanno dato piena adesione, riconoscendo i valori dell’antifascismo, ribaditi da Fini all’atto della sua elezione a presidente della Camera. Se tutto ciò è potuto avvenire, è merito dell’impianto della Carta. La ricerca, cioè, dei punti comuni, operata dai Costituenti, a partire dalla convinzione che in una società democratica nessuno può ritenersi portatore di verità assolute. Un compromesso che ha lasciato sul campo, tuttavia, anche alcuni punti generici, qualche enunciato meritevole di approfondimento, talune inevitabili ambiguità.

Su tre punti, almeno, i Costituenti hanno lasciato un lavoro da completare: il regionalismo, impropriamente, talvolta, definito federalismo, l’assetto bicamerale e il rafforzamento del governo. In nessun Paese al mondo esiste un conflitto così inestricabile tra potere centrale e locale, o una completa identità di funzioni tra due Camere che si paralizzano a vicenda, oltre alla concreta impossibilità di qualsiasi governo a realizzare il proprio programma. Di qui deve ripartire qualsiasi tentativo di riforma. La sensazione è che più che la volontà - ormai largamente presente sia nel centrodestra che nel centrosinistra, e più che i contenuti delle parti da riformare, di cui entrambi gli schieramenti al governo hanno fatto diretta esperienza - a mancare sia il metodo. Proprio quel metodo che 60 anni fa vide trovare un accordo uomini lontani per convinzioni politiche e culturali, spesso avversari: un liberale-liberista come Luigi Einaudi accanto al socialista radicale Lelio Basso, il cattolico solidarista Giorgio La Pira con il vecchio comunista Concetto Marchesi. E che li trovò fermi nel loro impegno anche dopo la rottura dell’unità antifascista e l’esclusione del Pci dal governo nel ‘47, fino alla conclusione dei lavori della Costituente. Certo, tra questi, e i nostri Berlusconi e Veltroni, ne corrono di differenze. E che in questo clima possa riaffermarsi lo spirito costituente, non c’è proprio da aspettarselo. Si può sperare che, toccato il livello più basso, prevalga la volontà di riscatto. Ma l’importante, al momento, è che - sia per difenderla, sia per rinnegarla - la Costituzione non debba più sventolare come una bandiera di parte''.

VIOLANTE E L'''IMBARAZZO'' DI ESSERE STATO COMUNISTA

Il Corriere della Sera pubblica un editoriale di Piero Ostellino sull'ex-comunismo di Luciano Volante intitolato ''Il passo avanti di Violante''. Lo riportiamo di seguito:

''Luciano Violante scrive sul Riformista di essersi sentito «imbarazzato» ascoltando la rievocazione della «tragedia» delle foibe nel corso della celebrazione della «Giornata del ricordo»: «Se fosse stato raccontato un brano di vita di Mauthausen mi sarei immedesimato nella storia di quei vinti che poi hanno vinto. Mi sono reso conto, per la prima volta, che la mia storia politica era stata dalla parte degli aggressori, di chi legava il fil di ferro ai polsi delle vittime, prima di precipitarle, non dalla parte di chi aveva i polsi legati». Sono parole coraggiose, che gli fanno onore. Spero che nessuno, dico nessuno — tanto meno la parte politica che ci governa — voglia imbastirci una speculazione propagandistica.

Non è l'occasione per rinverdire un anti-comunismo datato di fronte alla sofferta confessione di un uomo che si chiede «perché l'aver appartenuto al Pci e il sentirmi tutt'ora dentro quella rigorosa educazione politica e quel complesso di valori civili e repubblicani mi facevano sentire tra quegli assassini ». A differenza di Violante, c'è chi è sempre stato dalla parte «di chi aveva i polsi legati», indipendentemente da chi, fascista, comunista o quant'altri, li legasse. Ma non ha potuto evitare di provare una certa commozione nel veder ammainare, dal pennone del Cremlino, la bandiera rossa del comunismo. Che ci piaccia o no, milioni di uomini sono morti — magari per mano di altri comunisti — in nome di un ideale di eguaglianza e di un progetto di società falliti non perché gli Stati governati in loro nome li abbiano traditi. Ma che sono falliti perché erano sbagliati nelle premesse, là dove postulavano — in dottrina, prima ancora che nella prassi — la negazione dei diritti di libertà individuali in nome di un'eguaglianza e di una società realizzabili solo attraverso la costrizione.

Violante si è però «indignato» per il titolo («Mi vergogno d'esser stato comunista ») che il giornale di Antonio Polito ha scelto per il suo articolo. Filologicamente, Violante ha ragione: la «vergogna» non compare nel suo testo. Ma è indubbio il passo avanti, la rottura che il testo di Violante rappresenta con lo spirito autoassolutorio che ha segnato il rapporto sin qui elaborato dagli eredi del Pci con la storia del comunismo italiano. Del resto, lo stesso Violante ammette di provare «imbarazzo » (è molto lontano dalla «vergogna»?) perché ha capito che nella sua storia il suo partito è stato dalla parte dei carnefici. E dice un'altra cosa che merita attenzione: «Il punto è che sinché la sinistra non celebrerà le foibe e la destra non celebrerà Fossoli resteremo divisi nelle nostre storie e nelle nostre memorie ». Vorrei essere il primo a sottoscrivere questa sua perorazione, proprio in nome di un Paese i cui cittadini si riconoscano finalmente nei diritti di libertà prima ancora che nella propria parte politica.

Sono convinto — a differenza di Benedetto Croce, il liberale della libertà come «categoria dello spirito » — che la libertà sia una «categoria della realtà », una concezione empirica, storica, della convivenza politica. Ma nelle parole di Violante pare di risentire l'eco di quelle di Croce, il quale definiva il liberalismo un pre-partito che avrebbe dovuto informare tutti gli altri in una società «aperta». Violante, in fondo, dice che c'è (ancora) tanto bisogno di principi liberali in questo Paese''.


 

CON LA CRISI ECONOMICA CRESCERA' LA VIOLENZA DIFFUSA

La Stampa pubblica un editoriale  di Andrea Riccardi sul nesso esistente tra la crisi economica e il crescere della violenza intitolato ''La crisi e la violenza''. Lo riportiamo di seguito:

''Si comincia a avvertire forte il vento gelido della crisi. Lo si percepisce nella vita quotidiana, nelle restrizioni dei consumi, nella precarietà del lavoro e in conseguenze ancora peggiori che toccano tanti. È un fenomeno europeo e mondiale. La gente vive le difficoltà, il ridimensionamento del livello di vita, la nuova povertà, con comprensibile frustrazione. Non bastano i discorsi sui flussi dell’economia mondiale o le spiegazioni macroeconomiche. Chi sono i responsabili? L’economia globalizzata non ha volto.

Il suo centro direzionale è lontano, anonimo, avvolto nelle nebbie. Non è un palazzo raggiungibile dalla protesta della gente. Frustrazione e protesta non diventano politica, ma rabbia che vuole sfogarsi. Con un meccanismo facile, ce la prendiamo con chi è vicino e raggiungibile, anche se non responsabile delle difficoltà. La grande crisi economica del 1929 insegna. Allora ci fu una crescita di antisemitismo. L’ebreo si presta a rappresentare il colpevole d’una crisi mondiale. I dati sulla diffusione del pregiudizio antisemita in Italia sono preoccupanti. Non lo sono di meno quelli in Germania. Secondo uno studio dell’Università di Lipsia il 18% degl’interrogati crede gli ebrei troppo influenti, il 15% pensa che perseguano i loro obiettivi «con loschi trucchi». In Catalogna si segnalano episodi antisemiti in modo insistente. Nel Venezuela, accogliente dall’epoca delle persecuzioni naziste, gli ebrei sono fatti segno di gravissimi attacchi. In Ungheria, Cechia, Slovacchia, ci sono consolidate aree di antisemitismo. In quest’ultimo Paese non mancano espressioni di nostalgia per il regime collaborazionista di mons. Tiso (che coinvolgono anche il mondo cattolico). L’antisemitismo è una storia dalle radici antiche, ma che si sviluppa in un clima incandescente. Si accompagna all’antigitanismo che attraversa tutte le società europee. Troppo si sono incolpati gli zingari del malessere di alcune situazioni urbane.

C’è poi il capitolo degli immigrati. Il pregiudizio è facile: vengono a rubarci il lavoro, la casa e, alla fine, il nostro Paese. Le accuse s’intrecciano con la violenza sulle persone. In Cechia le aggressioni razziste sono compiute da persone poco scolarizzate. In Russia aggressioni e omicidi dei non russi sono cresciuti in modo impressionante nel corso del 2008. I giovani sono spesso i protagonisti di queste violenze: vogliono esistere e far sentire la loro rabbia. Spesso sono esterni a ogni rete sociale e vivono in un vuoto di ideali. Un giovane della periferia di Parigi, nel cuore della rivolta della banlieue, diceva dopo aver incendiato le macchine: «Brucio dunque sono». I giovani, che non sanno chi sono e trovano la loro identità nella pratica aggressiva. Le violenze dei giovani ad Atene, in dicembre, sono un esempio. La protesta fu contro la polizia. Picchiare è un modo di protestare ed esistere. Soprattutto contro gli stranieri. È una storia vecchia. Nel 1979, nel cuore di Roma, un gruppo di ragazzi bene dette fuoco a un barbone somalo. Si fece sentire la voce forte di Giovanni Paolo II, che condannò il fatto. Oggi si ripetono con preoccupante frequenza episodi simili. Poco importa se l’aggressione del «branco» dei giovani all’indiano di Nettuno sia effetto dello sballo o del razzismo. Sono due volti dello stesso fenomeno, molto grave, rivelatore del vuoto delle menti, ma anche della crisi del senso comune di umanità. C’è allora un grande problema educativo, ma anche di senso di irrilevanza da combattere e d’identità da trasmettere.

Non si tratta però solo di giovani. La violenza diffusa crescerà con la crisi economica, con la rabbia di una vita quotidiana difficile, con la ricerca di colpevoli introvabili, all’origine di questa situazione. La Stampa (lunedì 2) pubblicava una mappa europea del disagio e si chiedeva: «Sarà l’inverno dello scontento?». Credo che avremo un inverno molto lungo, ben al di là della stagione climatica. Libererà sentimenti di rabbia, scontento, aggressività contro i bersagli più vicini, perché non c’è un palazzo del potere da assaltare, ma tanto malessere da sfogare. Bisogna vivere responsabilmente questo lungo inverno. Prima di tutto, è necessario evitare la semina del disprezzo e dell’odio verso gruppi etnici o sociali. I semi del disprezzo sfuggono dalla mano di chi li getta e fruttificano presto in un clima frustrato e incandescente. Non si tratta di limitare la libertà di espressione, ma di richiamare alla responsabilità micidiale delle parole, specie se si ricoprono cariche pubbliche.

Già il dibattito sulla sicurezza non è stato un grande esempio di correttezza. Ha conosciuto, a uso elettorale, accuse a stranieri e zingari da destra e sinistra alternativamente. Poi, al governo, tutti hanno avuto gli stessi problemi. L’idea è che urlando sulla sicurezza si guadagna consenso e magari si vincono le elezioni. Ma si sa che non siamo un Paese così insicuro. Il problema dei toni, delle accuse a gruppi di persone, degli allarmi, delle parole roventi non è qualcosa di accessorio in una situazione di grande tensione sociale come la nostra. È un problema di responsabilità. Mi chiedo se non sia necessario un «patto» tra forze politiche e sociali in una stagione di grandi sofferenze e di emergenza, non per imbrigliare il dibattito, ma per mantenere una soglia di responsabilità nel linguaggio. Ci sono grandi questioni, come gli immigrati, la trattazione di taluni fatti dolorosi e di sangue, che richiedono un approccio condiviso e responsabile. Le difficoltà di tanti impongono che si dica la verità sulla crisi che stiamo passando, anche se spiegarla responsabilmente può apparire complesso. Potrà sembrare «buonista», ma per me rappresenta una soglia di dignità nel trattare gli interessi del Paese. Democrazia è condividere alcuni grandi interessi comuni''.

 
 

LEGGE SUL TESTAMENTO BIOLOGICO, OCCORRE FARE PRESTO

La Stampa pubblica un editoriale di Franco Garelli sulla necessita' che il parlamento vari presto una legge sul testamento biologico intitolato ''E ora una legge''. Lo riportiamo di seguito:

''E così, alla fine, Eluana Englaro ha sorpreso tutti. Se n’è andata prima che il Parlamento potesse impedirglielo, prima che si consumasse l’uso politico di un caso umano, prima che l’Italia al suo capezzale potesse verificare se e quanto soffre un povero corpo quando non viene più alimentato artificialmente. Mai come in questo caso il nome della clinica in cui Eluana ha terminato i suoi giorni è risultato più controverso: la «Quiete» di Udine ha dato pace alle sofferenze di Eluana e della sua famiglia, ma ha alimentato la battaglia, in atto da tempo su questi temi, tra i fans della vita a tutti i costi e i sostenitori a oltranza della volontà individuale. La morte sopraggiunta ha certo richiamato ai più il senso del mistero e della compassione, ma ha surriscaldato molti animi nel Parlamento e nel Paese, con le parti in causa che si sono lanciate accuse infamanti. Colpisce in questa drammatica e triste vicenda - per i molti che la vivono in modo serio e non strumentale - la passione del confronto.

Colpisce l’irriducibilità delle posizioni. Le questioni di fine vita non sono gli unici temi etici che oggi interpellano a fondo l’opinione pubblica e le coscienze, in una società alle prese con molte emergenze (presenza massiccia d’immigrati, lavori sempre più precari, crisi economica e finanziaria, ecc.) che mettono a soqquadro le nostre convinzioni di fondo e chiedono nuove regole di convivenza. Tuttavia tra i problemi scomodi che la modernità porta con sé, un posto di assoluto rilievo spetta ai temi del significato e del confine della vita, della possibilità di autodeterminare il proprio vivere e morire, di quanto sia lecito far ricorso alla tecnologia per prolungare l’esistenza. E ciò, sia perché siamo talmente pervasi da un’alta idea di qualità della vita da rabbrividire all’ipotesi di un’esistenza meno degna; sia perché siamo attorniati da casi umani (anziani «assenti», malati terminali, giovani vite spezzate) che continuamente ci ricordano la rilevanza e la «prossimità» del problema.

Qui emerge la forte divergenza di posizioni e culture di cui il caso Englaro è assurto a simbolo. Per gli uni, Eluana era un guscio vuoto, un essere privo da molto tempo delle qualità umane, tenuto in vita da un sondino nasogastrico che sa di accanimento terapeutico, non potendo più far fronte in modo autonomo alle sue funzioni vitali. Le lesioni subite nell’incidente di 17 anni fa le avrebbero atrofizzato il cervello, impedendole la possibilità del risveglio. Con la morte della «corteccia» (la parte del cervello cui è legata la coscienza), tutto finisce e la pietà umana interviene per porre fine a una vita che non è più tale.

Ma proprio questi argomenti vengono contestati dai fautori di un’altra idea della vita. Quelli che vedono in casi come questi la presenza di un principio vitale (un corpo che ancora respira autonomamente, un cuore che continua a battere) che dev’essere salvaguardato. Anche con una coscienza dormiente o assente, c’è una vita da accompagnare e da rispettare; evitando dunque che il suo commiato sia accelerato, che la sospensione del sostegno vitale assuma la forma di un’eutanasia strisciante.

L’inconciliabilità delle posizioni, dunque, è evidente. Ciò che divide non è soltanto la diversa lettura di queste situazioni limite offerta dagli esperti (biomedici, giuristi), ma anche un differente modo di pensare la vita e la sua dignità. Ciò che per alcuni sono le condizioni base per vivere (vita con coscienza, principio di autodeterminazione) per altri rappresentano requisiti non sufficienti. Per alcuni interrompere in questi casi l’alimentazione e l’idratazione artificiale è un atto di pietà, per altri è un’omissione di risorse vitali e di affetti.

Da più parti si chiede che il dramma di Eluana non sia avvenuto invano, che la sua morte serva a ridurre le polemiche per lasciar spazio a una riflessione compiuta e costruttiva. In particolare, molti auspicano che la classe dirigente del Paese non aspetti altri casi Englaro per affrontare in modo organico la questione dei trattamenti di fine vita. Di qui l’attesa che il Parlamento vari finalmente quella legge sul testamento biologico sulla cui necessità c’è ampio consenso. Persino i Vescovi qualche mese fa si sono pronunciati a favore di un intervento in questo campo, dopo che per molto tempo l’avevano osteggiato. Tuttavia, il consenso deve tradursi in soluzioni concrete. A quale testamento biologico fare riferimento? Quali criteri e clausole introdurre? Come trovare punti di convergenza su questioni che dividono le coscienze e trasversalmente anche i gruppi sociali e politici?

Tra le questioni più calde v’è certamente la possibilità di interrompere (in condizioni particolari) l’alimentazione e l’idratazione artificiale e l’interrogativo di chi abbia il diritto di decidere e dei modi in cui la decisione dev’essere assunta. Nel primo caso si tratta di valutare le situazioni in cui il fornire cibo e acqua artificialmente si presenti come un atto di accanimento terapeutico; oppure se la loro sospensione si configuri come un atto eutanasico. Nel secondo, occorre senza dubbio riconoscere l’importanza della volontà del diretto interessato, ma nel quadro di una decisione che non risulti come un ricorso all’eutanasia (esclusa dalla legislazione italiana). Di qui l’importante funzione del medico, che - come avverte la Chiesa -, «in scienza e coscienza» e in dialogo con i familiari, contribuisca alla ricerca della soluzione da adottare. La strada dunque è irta di ostacoli. Ma da più parti si spera in una convergenza di orientamenti che ci offra una legge che per lo meno porti a scegliere il «male minore». Le posizioni si possono avvicinare se ognuno riconosce le buone ragioni degli altri e gioca al meglio le proprie risorse per arricchire la cultura della nazione''.