ATTUALITÀ

CRISI, BERLUSCONI: TRA LE IPOTESI NAZIONALIZZARE LE BANCHE

Berlusconi_brown Per ora è soltanto un'ipotesi, ma l'idea di nazionalizzare le banche torna nel discorso di Silvio Berlusconi. I leader mondiali stanno lavorando per trovare «soluzioni condivise» alla crisi economica internazionale. «Sul tavolo ci sono diverse teorie», anche una che sembrerebbe in contrasto con il sistema capitalistico, e cioè «la nazionalizzazione delle banche». Silvio Berlusconi lo ha detto durante la conferenza stampa a Villa Madama al termine dell'incontro con il premier britannico Gordon Brown. Il presidente del Consiglio, tuttavia, si è affrettato a precisare che si tratta «solo di un'ipotesi e che «nel nostro paese il sistema bancario è solido. Sino ad ora non ci è arrivata alcuna richiesta» di ricapitalizzazione utilizzando gli strumenti messi in campo dal governo. «Ciò - ha aggiunto Berlusconi - ci deve tranquillizzare sullo stato delle banche italiane».

«MISURE UN PO' PROTEZIONISTICHE DI USA E FRANCIA» - «Certi comportamenti degli Usa, come il "By American", o l'intervento della Francia per aiutare le aziende del settore auto, sono azioni che sanno un po' di protezionismo, ma non sono quelle misure protezionistiche che possono far male. In ogni caso noi non dobbiamo cadere in questa trappola, perchè protezionismo non risolve nulla» ha poi aggiunto Berlusconi.

«AFGHANISTAN? NESSUNA RICHIESTA DAGLI USA» - Il premier ha poi toccato la questione dell'Afghanistan, precisando che da parte dell'amministrazione americana «per il momento non è arrivata nessuna richiesta» per quanto riguarda il possibile aumento dei militari italiani in Afghanistan». Berlusconi ha poi aggiunto che «qualora arrivassero ulteriori richieste noi siamo comunque a disposizione».



 

RUSSIA: ASSOLTI TUTTI GLI IMPUTATI DEL DELITTO POLITKOVSKAYA

Politkovskaya Tutti assolti. La giuria ha dichiarato innocenti i quattro imputati per l'uccisione della giornalista d'opposizione Anna Politkovskaia: i fratelli Dzhabrail e Ibrahim Makhmudov, Pavel Ryaguzov e Sergei Khadzhikurbanov.

I QUATTRO - I dodici giurati, dopo circa tre ore di camera di consiglio, hanno ritenuto non provate le responsabilità degli imputati. L'ex dirigente della polizia moscovita, Serghei Khadzhikurbanov, era accusato di essere l'organizzatore del delitto per conto di un mandante non ancora identificato; i fratelli ceceni Makhmudov erano accusati di essere i pedinatori della giornalista - un terzo fratello, Rustan, è ricercato all'estero come presunto killer. Al quarto imputato, l'ex colonnello dei servizi segreti Riaguzov, erano contestati reati minori insieme allo stesso Khadzhkurbanov: abuso d'ufficio ed estorsione. Riaguzov, in particolare, avrebbe fornito l'indirizzo della Politkovskaia al gruppo ceceno secondo l'accusa, che esce però sonoramente sconfitta dal verdetto. Il pm ha annunciato ricorso contro la sentenza di assoluzione.

DELITTO - Anna Politkovskaia, 48 anni, madre di due figli, venne uccisa da un sicario il 7 ottobre 2006 appena uscita dal suo appartamento a Mosca.


KENYA: LIBERATE LE DUE SUORE RAPITE A NOVEMBRE

Suore Sono state rilasciate le due suore italiane rapite al confine tra il Kenya e la Somalia il 9 novembre scorso. Ne ha dato notizia la Farnesina. Caterina Giraudo e Maria Teresa Oliviero, religiose del Movimento Contemplativo Missionario Padre de Foucauld di Cuneo, di 61 e 67 anni erano state sequestrate da un comando composto da circa 200 uomini armati nella città di El Wak, nel nordest del Kenya, al confine con la Somalia.

Subito dopo il rilascio le due suore sono state ospitate nell'ambasciata italiana di Nairobi dove sono state intervistate dal Tg1. "Sto bene, oggi siamo resuscitate", ha affermato suor Caterina Giraudo. "Non abbiamo parole per ringraziare per quello che abbiamo trovato al nostro arrivo e le persone che abbiamo incontrato a mogadiscio alla partenza. Un'accoglienza fraterna che ci ha molto scaldato il cuore. Ne siamo proprio tanto riconoscenti". Suor Maria Teresa Olivero è stata più breve: "Sto bene, siamo tanto tanto felici di essere qui". Prima di arrivare nella capitale, secondo quanto riferisce l'agenzia Misna, avevano però telefonato alle consorelle in Italia per rassicurarle sul loro stato di salute.

Il portavoce della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi ha subito espresso "la grandissima gioia" del papa per la liberazione. "Se da una parte ci rallegriamo per la notizia della liberazione - ha aggiunto - dall'altra diciamo che è drammatico usare il sistema del sequestro e pensiamo al drammatico sequestro di tante altre persone in tutto il mondo. Una forma di violenza inaccettabile". "Sono soddisfatto - ha commentato anche Silvio Berlusconi - ho seguito la vicenda da vicino. Suor Teresa e suor Caterina sono salve, libere e stanno bene". Le due religiose si trovavano in Africa da molti anni, dove lavoravano con i profughi Somali. Suor Giraudo, infermiera, seguiva soprattutto i malati di epilessia. Ancora incerta la dinamica del sequestro e le modalità del rilascio. Quella di El Wak è un'area poverissima, colpita negli ultimi mesi da una grave siccità e al centro anche di scontri tra forze di polizia e bande locali, su un confine per certi versi ingovernabile tra i due paesi africani. Fin dall'inizio l'episodio era apparso, per certi aspetti, anomalo, visto il rispetto e l'affetto di cui godono missionari e religiosi nell'area: le due religiose sembra infatti continuassero il loro lavoro umanitario malgrado in prigionia.

IL PD DOPO L'ABBADONO DI VELTRONI: FRANCESCHINI VERSO LA REGGENZA

Franceschini_dario L’orientamento prevalente, per usare un’espressione che era in voga nel Pd di Walter Veltroni, è quello di affidare a Dario Franceschini la guida del partito fino al congresso. Al momento è questa la via d’uscita che sembra più praticabile al gruppo dirigente del Pd frastornato per l’improvvisa uscita di scena di Veltroni. Tuttavia, in mezzo al caos scatenato dalle dimissioni del segretario, si è aperta una riflessione dentro il partito.

Letta: «Lo statuto del Pd è barocco e schizofrenico»
Enrico Letta preferirebbe andare al congresso subito, ma lo statuto del Pd è talmente «barocco e schizofrenico», un «mix di masochismo e autolesionismo, parte integrante di questo psicodramma», che «il percorso per andare ad un congresso è talmente contorto che durerebbe mesi». L’esponente del Pd non nasconde le critiche non solo alla gestione del partito. «Sabato - spiega - parleranno tutti gli eletti dell’assemblea costituente: sono i portatori, insieme a Veltroni, di quel volere dei 3 milioni e mezzo di italiani che votarono alle primarie. Il potere è nelle mani dell’assemblea, purtroppo in questi mesi tra i tanti errori c’è stato anche quello di approvare uno statuto barocco e schizofrenico, un mix di masochismo e di autolesionismo, che è parte integrante di questo psicodramma».

«Anche questa dello statuto - dice Letta- è un esempio di una storia nella quale abbiamo inanellato errori che puntualmente vengono fuori: errori di posizionamento politico, di amalgama che non è riuscito come è stato detto, di disattenzione del partito verso i suoi militanti ed errori di alleanze». A questo punto però non c’è tempo per il congresso e si andrà al voto per rinnovare il Parlamento europeo con un reggente: «Temo di sì, ci vogliono tre mesi per fare un congresso. Se è così andiamo alle europee con Franceschini e dopo facciamo il congresso».

Bindi: «La segreteria Veltroni è partita con un vizio d’origine. Ora serve un vero congresso»
«Non tutte le responsabilità sono di Veltroni, non tutte del restante gruppo dirigente». Lo ha detto Rosy Bindi. «Io penso - ha proseguito l’esponente del PD - che la segreteria Veltroni sia partita con un vizio d’origine, che è quello di essere stato sostenuto da liste e componenti che avevano idee troppo diverse» E ora? «La gravità della crisi - ha risposto la Bindi- richiederebbe non delle primarie ma un congresso vero. Ma davanti al rischio di fare un congresso finto, dominato dalla preoccupazione delle elezioni, meglio rimandare il confronto al giorno dopo le elezioni europee e amministrative».

Prodi: «Seguo con il cuore: ma col cuore e basta»
«Non seguo con distacco, sarebbe impossibile. Seguo con il cuore: ma col cuore e basta. La mia attenzione comincia e finisce lì». Lo dice Romano Prodi, in un’intervista a La Stampa, evitando di commentare la situazione politica nel Pd. Il professore poi conferma di aver sentito Walter Veltroni: «Ci mancherebbe altro, l’ho chiamato io. Ma solo dopo che aveva ufficializzato la sua decisione». Condivide? «Non mi pare il caso di dir nulla», risponde l’ex presidente del Consiglio che assicura di non aver dato «nessun consiglio» a Veltroni.

Marini: «Avrei suggerito a Veltroni di pensarci bene prima di dimettersi»
La scelta di dimettersi è «una decisione che rispetto, e che posso anche capire, perchè le difficoltà nella guida di un partito in fase di avvio sono tante», ma «sinceramente, avrei preferito che di dimissioni non si fosse parlato. A Veltroni avrei suggerito, se ce ne fosse stato il tempo, di pensarci bene, di riflettere. E questo proprio perchè siamo ancora all’inizio del processo di costruzione del partito. È passato solo un anno dalla nascita del Pd». Franco Marini non condivide la decisione di Walter Veltroni di lasciare la guida del partito. Nemmeno il voto sardo, spiega l’ex presidente del Senato, non è «un fatto tanto grave da rendere necessarie le dimissioni del segretario».

Damiano: «Franceschini? Ok, ma si volti pagina»
Il nuovo segretario del Pd? «In un grande partito ci sono uomini e donne che sono in grado di svolgere questo ruolo, si tratta di trovare la proposta giusta. Un nome potrebbe essere Dario Franceschini che è attuale vicesegretario, quello che chiedo è che si volti pagina, che si crei qualcosa di nuovo e soprattutto che a differenza della situazione precedente il gruppo che si formerà attorno al nuovo reggente, sia un gruppo che abbia un consenso attraverso il voto di un organismo di partito e non semplicemente un organismo nominato dall’alto». Lo ha detto Cesare Damiano.

RAI, NUOVO CDA: DI PIETRO, ''ENNESIMA SPARTIZIONE''

Dipietro4 Ennesima spartizione della Rai, omicidio dell'informazioni. Antonio Di Pietro come d'abitudine usa parole forti. Questa volta contro le nomine del nuovo Cda Rai. Lo fa in conferenza stampa a Montecitorio, affiancato da Leoluca Orlando, Massimo Donadi, Beppe Giulietti e Pancho Pardi. «In questo governo di regime abbiamo assistito all'ennesima spartizione lottizzatoria della Rai - attacca -. Con quest'atto spartitorio l'informazione è stata ammazzata. Questo significa che quando si tratta di gestire il poltronificio, le varie forze politiche diventano un unico partito».

«SODALI DI OMBRELLONE» - «È una cosa sconcia - continua Di Pietro parlando alla trasmissione Omnibus su La7 -. Se tu mandi al Coda Rai ex parlamentari, trombati della vecchia politica, sodali di partito, se non d'ombrellone, e te li spartisci tra maggioranza e opposizione, hai fatto un inciucio di comunicazione. Se si mettono d'accordo maggioranza e opposizione, allora nel Paese l'opposizione non c'è più. Io mi sento meno opposizione e più resistente. Io non credo che in questo momento ci sia una maggioranza al governo, io credo che ci sia una dittatura in costruzione e una resistenza in azione». Per l'ex pm la nomina del Cda sarebbe dovuta avvenire «almeno dopo» la pronuncia della Consulta sulla legge Gasparri.

«CI FAREMO SENTIRE» - Di Pietro ce l'ha anche con il Pd che - nonostante il terremoto e le dimissioni di Veltroni - ha preso parte all'"occupazione" della Rai: «Ognuno ha fatto in modo di scegliersi il proprio controllore. E questo trovo che sia profondamente sbagliato. Non volevamo che la Rai fosse asservita ancora una volta alle logiche di partito. Ed è per questo che abbiamo deciso tempo fa di non prendere più parte ai lavori della commissione di Vigilanza. Non volevamo essere complici del delitto dell'informazione che si è perpetrato. Ma ora che il delitto è compiuto, torneremo a far sentire la nostra voce in commissione di Vigilanza». I due esponenti dell'Idv scelti per sedere al secondo piano di San Macuto, al posto dei capigruppo di Camera e Senato Donadi e Belisario nominati d'ufficio dai presidenti delle Camere, sono il deputato indipendente Giuseppe Giulietti e il senatore Pancho Pardi. Anche Massimo Donadi, capogruppo alla Camera, non risparmia critiche al Pd: «Veltroni la mattina lascia il partito e la politica e poi il pomeriggio nomina il suo uomo di fiducia in Rai...».

PETRUCCIOLI - «Commissione di vigilanza e nomina del Cda sono stati due sequenze di delitti seriali che proseguirà con le nomine dei direttori generali e a cascata con le nomine degli altri dirigenti» prosegue Di Pietro, che qualcosa da dire anche sulla eventuale riconferma di Claudio Petruccioli a presidente della Rai: «Non ne faccio una questione di persone, ma di metodo. Noi dell'Idv riteniamo che queste persone non debbano essere nominate in questo modo, con i partiti che scelgono i vicini di ombrellone. È il metodo che non funziona, ma per il momento non ho ancora la maggioranza relativa. Quando l'avrò mi comporterò di conseguenza».

E' MORTO ORESTE LIONELLO, ''VOCE'' ITALIANA DI WOODY ALLEN

Lionello_allen Una vita nello spettacolo, tra la satira politica a teatro e in tv e la voce di Woody Allen al cinema. Oreste Lionello è morto a Roma, dopo una lunga malattia, all'età di 81 anni. La famiglia chiederà una camera ardente in Campidoglio.

Lionello - nato a Rodi, in Grecia, il 18 aprile 1927 - è stato attore teatrale, cabarettista (celebre la sua imitazione di Andreotti) e doppiatore (sua la voce di Woody Allen). Una carriera cominciata agli inizi degli anni '50. In tv arriva nel '56 con una serie per ragazzi (Marziano Filippo). Ma la sua vocazione è il cabaret che si esprime, dall'inizio degli anni '70, con il gruppo del Bagaglino creato insieme ai suoi amici Castellacci, Pingitore, Cirri e Palumbo. A Roma il Bagaglino e' stato palestra per comici come Pippo Franco, Enrico Montesano, Pino Caruso e Gianfranco D'Angelo.

La compagnia del Bagaglino, dalla metà degli anni Settanta si trasferisce con notevole successo successo anche in tv, prima alla Rai e poi a Mediaset, con spettacoli come Dove sta Zazà (1973), Mazzabubù (1975), Il ribaltone (1976), Al Paradise (1983), Biberon (1987), con cui Lionello & Co. diedero inizio a quella satira politica, per alcuni innocua, fatta di maschere, imitazioni e battute a volte qualunquiste, che ha rappresentato la cifra del gruppo e ha portato al Bagliano di Roma molti politici in carne ed ossa, da Giulio Andreotti, di cui Lionello è stato imitatore principe, ai 'nemici' Mastella e Di Pietro.

Molte le soubrette lanciate da Lionello e dal suo gruppo, a cominciare da Pamela Prati e Valeria Marini.
Come doppiatore, Lionello è noto soprattutto per l'eccezionale simbiosi col personaggio di Woody Allen, che ha doppiato per decenni dopo aver prestato la voce anche a Jerry Lewis, Peter Sellers, Charlie Chaplin (Il grande dittatore) e Marty Feldman e Michel Serrault nella trilogia del Vizietto.

VELTRONI, TERREMOTO NEL PD: ''NON CE L'HO FATTA E CHIEDO SCUSA, OCCORRONO FORZE NUOVE''

Veltroni_triste È il giorno dopo. Quello dell'addio di Veltroni dalla guida del Pd, ma anche quello dei bilanci. Dopo la débacle del Pd in Sardegna, dopo le dimissioni di Veltroni dalla segreteria del Pd. Mentre il partito è sotto choc, Veltroni spiega al Tempio di Adriano, le motivazioni delle sue dimissioni. Spiega che lascia, ma il Paese ha bisogno del Pd. Dice che sperava di realizzare un partito nuovo e aperto. Si scusa per non avercela fatta. «Ho fatto il possibile, ce l'ho messa tutta, ma non è bastato. Mi scuso di questo». Sottolinea che il vero segno distintivo del Pd è la vocazione maggioritaria. Continua a sognare l'America di Obama. L'Italia, dice Veltroni, «ha bisogno di un cambiamento profondo e radicale e mai come oggi la nostra storia, le nostre stesse biografie, devono essere al servizio di questo in modo che anche nel nostro paese possa accadere quanto accade negli Stati Uniti». Difende le diversità che convivono nel partito. «Abituamoci - dice Veltroni - che un grande partito è luogo di diversità», non è una caserma. Ma dice anche che «nel centrosinista c'é bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti di più una squadra». Chiede di superare personalismi e divisioni e trasformare la sinistra: «da salottiera deve recuperare il rapporto con la società reale, da giustizialista deve abbracciare il valore della legalità, da pessimista e conservatrice a un centrosinistra innovatore». E indica la rotta. «Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all'avanzare di forze e energie nuove, a esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori».

Attacca il premier. «Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società perchè con i suoi mezzi ha stravolto il sistema dei valori e ha costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio». L'opposizione, dice, «deve essere molto dura, nei confronti di Berlusconi e della sua visione della società». Il ricordo più bello? La manifestazione del 25 ottobre con le bandiere del Pd che sventolavano, simbolo della consapevolezza della gente dell'identità democratica, che a volte è mancata nella classe dirigente del partito. «Lascio - dice - senza sbattere la porta». Le dimissioni sono state una «scelta giusta per mettere al riparo il Pd da ulteriori logoramenti. Perché serve un nuovo clima per costruire quella solidarietà» interna che é necessaria al progetto del Pd. «A chi viene dopo di me - chiude Veltroni - non chiedetegli con l'orologio in mano di ottenere dei risultati. Un grande progetto politico si misura nel tempo».

Veltroni tornerà a fare il «militante», semplice deputato nelle file del partito. A Dario Franceschini il compito di illustrare il percorso da seguire: il coordinamento del partito traccerà la rotta per i prossimi mesi, affidando probabilmente la reggenza proprio a Franceschini fino al congresso. Che molti vogliono prima delle elezioni europee, perchè la reggenza potrebbe rappresentare un limbo che premierebbe la logica oligarchica che ha abbattuto il partito. Il coordinamento del Pd ha convocato per sabato 22 febbraio l'Assemblea nazionale del partito per prendere atto delle dimissioni di Walter Veltroni ed eleggere un segretario reggente fino al congresso.

Walter Veltroni lascia un partito indebolito dalla sconfitta sarda e da mesi di navigazione difficile tra questione morale, divisioni e litigi locali e nazionali. Aleggia il rischio scissione. Sono in molti a temere che l'addio di Veltroni segni un punto di non ritorno con il rischio, evocato da Rosy Bindi, che «si torni ai due partiti» e l'avviso dei rutelliani che senza Veltroni il partito è a rischio.

RIVOLTA A LAMPEDUSA: SCONTRI CON POLIZIA, FERITI, INCENDI

Lampedusa_rivolta3 Tensione a Lampedusa, dove prima incendio è divampato nel Cie e poi sono scoppiati violenti scontri tra un gruppo di immigrati e forze dell'ordine, che hanno chiamato rinforzi e usato gas lacrimogeni. Prima che la rivolta venisse sedata - come ha confermato il questore - c'è stata una decina di feriti, non gravi, sia tra gli extracomunitari, sia tra i poliziotti. Alcuni agenti sono anche rimasti intossicati. I tafferugli sono scoppiati dopo che martedì un gruppo di 300 tunisini aveva cominciato lo sciopero della fame per protesta contro il trasferimento di 107 loro connazionali a Roma, in vista del rimpatrio coatto. Nella struttura, trasformata dal Viminale da Centro di prima accoglienza e soccorso a Centro di identificazione ed espulsione, si trovano in questo momento 863 immigrati, in gran parte tunisini.

HANNO TENTATO LA FUGA - Il Cie è presidiato da polizia e carabinieri in assetto antisommossa. Secondo la polizia ad appiccare l'incendio sono stati gli stessi immigrati. Un centinaio di tunisini hanno prima cercato senza riuscirci di sfondare dall'interno i cancelli della struttura e poi hanno ammassato materassi, cuscini e carta straccia per darli alle fiamme. Una palazzina del centro è distrutta. «Abbiamo verificato se qualcuno degli extracomunitari che ha tentato di forzare il cancello del centro d'accoglienza sia riuscito a scappare, ma nell'intero perimetro esterno della struttura non sono stati rintracciati fuggitivi - ha detto il questore di Agrigento Girolamo Fazio -. La rivolta è ancora in corso e soltanto nelle prossime ore potremo sapere a quanto ammontano i danni provocati nel centro e quante sono le persone, eventualmente, rimaste ferite».

SINDACO: «COLPA DEL GOVERNO CHE HA CREATO UN LAGER» - «Gli immigrati hanno dato fuoco al centro di accoglienza. Le fiamme sono arrivate a 10 metri di altezza - ha confermato il sindaco di Lampedusa Bernardino De Rubeis - e c'è una nube di fumo che minaccia anche il centro abitato e potrebbe essere tossica. In mattinata ci sono stati scontri fra forze dell’ordine e immigrati. Poi gli immigrati hanno appiccato il fuoco nella palazzina centrale e le fiamme hanno attaccato le palazzine vicine. Ci sono stati feriti». Martedì De Rubeis è stato sentito dai magistrati della Procura di Agrigento come persona informata sui fatti: «Mi hanno chiesto informazioni sui centri di accoglienza e su quello di Capo Ponente, il Cie, ma anche sul trattenimento di tunisini nel centro senza provvedimento del giudice». «La colpa è del governo che ha trasformato il centro in un lager - ha anche concluso il sindaco».

STUPRO CAFFARELLA, ARRESTATI I COLPEVOLI: NEL DL TORNANO RONDE E ERGASTOLO

Romeno_stupro Sono stati catturati i due romeni presunti autori dello stupro avvenuto la sera di San Valentino nel parco della Caffarella a Roma. Hanno 20 e 30 anni: il più giovane, Alexandru Isztoika Loyos, ha confessato nella notte e mercoledì è stato riconosciuto dalla 14enne vittima della violenza. Il primo è stato fermato martedì sera dagli agenti del commissariato di Primavalle in un accampamento abusivo nella capitale, il secondo è stato rintracciato più tardi a Livorno. Decisiva la collaborazione della polizia romena.

«VOLEVAMO RAPINARLI» - Alexandru Isztoika Loyos era uno degli otto romeni portati in questura martedì per accertamenti. Nel corso delle ore, durante l'interrogatorio, i sospetti verso il romeno si sono trasformati in pesanti indizi, fino alla confessione al pm Vincenzo Barba e all'immediato provvedimento di fermo. «Non so perché, non so come è successo, volevamo solo rapinarli, poi improvvisamente tutto è cambiato» ha detto il 20enne in un passaggio della confessione. Poco prima dell'alba la polizia è arrivata anche al complice in fuga, anche lui sottoposto a fermo.

RICONOSCIUTO DAI FIDANZATI - Martedì sera Loyos era stato riconosciuto dalla 14enne violentata nel parco della Caffarella e dal suo fidanzato. I due hanno confermato che il 20enne, già indicato dopo una ricognizione fotografica, è uno dei due aggressori. Loyos, che ha precedenti per rapina e furto, ha poi fornito indicazioni per arrivare al complice. Secondo la polizia potrebbe essere coinvolto anche nella violenza sessuale avvenuta il 21 gennaio nel quartiere Primavalle: vittima una donna di 41 anni. In giornata il pm chiederà la convalida dei fermi e gli interrogatori di garanzia dei due romeni si terranno probabilmente tra giovedì e venerdì.

Dopo lo stop di lunedì sera, si torna a parlare di ronde - ma con una nuova formulazione, che evidenzia il ruolo di sindaci e prefetti - nel decreto legge anti-stupri che sarà approvato venerdì prossimo. Il testo, cui lavora in primis il Viminale, insieme ai ministeri della Giustizia e delle Pari opportunità, è comunque ancora suscettibile di cambiamenti e la messa a punto proseguirà nei prossimi giorni.

LE MISURE - Tra gli altri elementi di novità nella bozza circolata martedì, ci sarebbe anche un aumento degli organici delle forze dell'ordine (si parla di circa 2.000 unità, che non sarebbero propriamente nuovi assunti, ma volontari in ferma breve o prefissata che sono risultati idonei nei concorsi degli anni scorsi) e la previsione dell'ergastolo per chi uccide la vittime dopo la violenza sessuale (ciò che capitò a Giovanna Reggiani uccisa a Roma il 30 ottobre del 2007.

LE RONDE - Sul via libera alle associazioni dei cittadini non armati per il controllo del territorio (le cosiddette ronde), c'erano state perplessità da parte del Quirinale, ma anche da settori della maggioranza (i ministri Ignazio La Russa e Angelino Alfano in testa), oltre che la netta contrarietà dell'opposizione. Si sarebbe così arrivati ad una nuova formulazione della misura contenuta nel disegno di legge sulla sicurezza approvato dal Senato, enfatizzando il ruolo del sindaco e del prefetto, che devono dare l'ok allo strumento e prevedendo chiaramente che il compito dei cittadini sarà soltanto quello di segnalare eventuali problemi di ordine pubblico alle forze di polizia.

AFGHANISTAN, LA RUSSA, ''PIU' MILITARI ITALIANI PER LE ELEZIONI''

Larussa_soldati Non è escluso un ulteriore aumento del numero di militari italiani presenti in Afghanistan nel secondo semestre dell'anno. Lo ha detto lunedì pomeriggio il ministro della Difesa Ignazio La Russa dopo aver incontrato la presidente della Camera del Rappresentanti Usa Nancy Pelosi.

SONO GIA' 2800 - «Non abbiamo escluso la possibilità di chiedere al Parlamento, ove fosse necessario, nel periodo delle elezioni (presidenziali di agosto, ndr) un eventuale temporaneo incremento per quella specifica finalità», ha detto ai giornalisti La Russa dopo aver salutato Pelosi. Il ministro, parlando con Pelosi, ha comunque ribadito «che l'Italia è il terzo contributore di risorse e uomini», il cui numero è già stato portato a 2.800. «Non è detto che il problema sia un aumento degli uomini. Dobbiamo interrogarci su quale sia la migliore soluzione. Non è detto che passi attraverso un maggior dispiegamento di uomini piuttosto che per un diverso modo di approcciare la situazione». La Russa ha infatti detto di essersi trovato d'accordo con Pelosi sulla «necessità di incrementare un approccio globale, non solo militare» in Afghanistan.

OBAMA: ALTRI SOLDATI A KABUL - Anche il presidente americano Barack Obama ha annunciato l'invio del contingente in Afghanistan «per stabilizzare il deterioramento della situazione» nel Paese asiatico. Fra truppe e forze logistiche di supporto il nuovo contingente ammonta a 17 mila militari.